FamiliariParlare ai bambini e ai ragazzi della morte di un loro familiare

Quando c’è una morte in famiglia, il modo più adeguato di parlarne ai bambini e ragazzi è quello di essere semplici, chiari, onesti. Ė importante mostrare sempre la propria disponibilità e, in base alla loro età, rispondere a tutte le loro domande e rispettare i loro tempi e modi di comunicare. Con i bambini in particolare potrebbe essere necessario ripetere più volte le stesse informazioni e considerazioni, e assicurarsi che siano ben comprese.

Molti adulti hanno difficoltà a pronunciare la parola “morte”, e preferiscono utilizzare espressioni meno dirette che, però, possono ingenerare confusione nei bambini.

E’ meglio dire “è morta” che frasi tipo “si è addormentata per sempre” o “è andata via” o “si è persa”, che possono confondere. Un bambino, a cui viene detto che la mamma “è andata via”, può aspettarsi che ritorni, come aveva fatto in passato. Allo stesso modo, a causa del pensiero concreto, se a un bambino di 4 anni viene detto che qualcuno che è morto si è “perso”, potrebbe pensare che può essere “ritrovato”, o che, se “dorme”, può risvegliarsi. Se si dice che “si è addormentato”, i bambini potrebbero sviluppare la paura di addormentarsi o comunque non capire perchè qualcuno si risveglia ed altri no.

Le domande più difficili alle quali rispondere sono spesso quelle sul “perché” e sul “dopo”. Se è bene rispondere in modo veritiero sulle cause della morte (malattia, incidente, morte traumatica..), alle domande di senso più ampio ogni famiglia risponderà in base alla sua sensibilità, orizzonti culturali e religiosi. Alcuni credono che ci sia una vita dopo la morte, altri che chi muore diventerà una “stella” o “sarà nel cielo” o “intorno a noi”. Altri pensano che chi muore rinasca poi in un'altra forma. Non c'è nulla di male nell'ammettere che non si ha una risposta certa e che la vita e il destino dell'uomo sono avvolti in un grande mistero.

È bene però tenere presente che alcune espressioni possono suscitare ansia o preoccupazione. Nel dialogo con i bambini dire ad esempio che “il nonno è andato in cielo” ha fatto nascere in loro in alcuni casi la paura che il nonno potesse venire investito dagli aerei o ha suscitato l’aspettativa che potesse scendere con la pioggia o, adirittura, il desiderio di andare a trovarlo; se diciamo “papà ti vede” il bambino potrebbe avere la sensazione di essere sempre osservato, anche nei momenti in cui non vorrebbe esserlo. Alla frase “mamma è una stella” può corrispondere la difficoltà di capire come abbia potuto subire tale trasformazione.

Bambini e adolescenti reagiscono in vari modi alla morte di una persona amata ma tutti hanno bisogno di essere rassicurati dalla presenza affettuosa e dal sostegno di persone attente e comprensive, che diano loro la possibilità di esprimersi, di essere ascoltati e di ricevere risposte.

Occorre anche considerare che, in alcune fasi, bambini e ragazzi non resistono a lungo “dentro” il dolore e hanno bisogno di avere momenti di “pausa” che devono essere rispettati ed interpretati non come segnali di mancanza di sensibilità o come impossibilità di riconoscere ciò che è accaduto e che provano, ma come necessità, al momento, vitale.

In realtà hanno meno strumenti rispetto a un adulto per fronteggiare e “proteggersi” dal dolore ed hanno bisogno di più tempo.

Il lutto, infatti, nella fase evolutiva si elabora con un lento e graduale processo, che dura nel tempo perché possa essere integrato nella storia di vita e via via rivisitato, a partire da progressive accresciute competenze e in rapporto alle nuove esperienze di vita attraversate.

Spesso i più giovani osservano gli adulti per capire non solo ciò che è accaduto, sta succedendo e succederà, ma anche quali emozioni e paure i grandi stanno provando e come esprimono e condividono i loro sentimenti. Non è dunque inopportuno parlare apertamente del vostro dolore e piangere davanti o insieme a loro. Avendo sempre in mente di garantire contenimento emotivo, dare significato costruttivo a quanto si sta emotivamente attraversando senza caricare sui bambini il peso della vostra sofferenza. Spesso i bambini e gli adolescenti mal sopportano veder piangere i genitori e si affrettano a consolarli se temono che quel dolore non passi o possa abbatterli. Per la stessa ragione possono arrivare a proteggere i genitori dalla sofferenza che loro stessi provano, evitando di renderli partecipi del proprio dolore.

Può essere utile dire con semplicità:

Mamma si sente triste e piange perché la nonna è morta. Sai mi manca moltissimo. Anche a te? Possiamo piangere un poco insieme senza vergognarci, poi ci sentiremo meglio”.

Dà più sicurezza ai bambini e agli adolescenti che gli adulti mostrino le loro emozioni piuttosto che fingano che tutto vada bene. Se in famiglia non si parla, non si piange, non si comunica, potrebbero capire che anche loro non devono parlare della persona scomparsa, che non sono autorizzati a fare domande o a mostrare quello che provano.

Bambini e adolescenti sono infatti molto sensibili a ciò che avviene nell’ambito familiare e risentono dell’atmosfera che li circonda.

Possono sentirsi soli ed esclusi dagli eventi familiari, colpevolizzarsi, preoccuparsi soprattutto se non vengono condivise le emozioni e i sentimenti di vuoto, di mancanza e timore che la famiglia sperimenta. Inoltre possono soffrire se nessuno si interessa di sapere come stanno, cosa pensano, di cosa hanno bisogno o, all’opposto, possono sentirsi invasi e pressati dalle domande degli adulti che si preoccupano per loro e vogliono sapere come stanno.

Mi trattano come se fossi ancora una bambina piccola… forse per proteggermi nessuno condivide con me la sua pena. Mi sento proprio messa da parte, ma in questo modo neppure io posso condividere il mio dolore e il mio pianto”. Luisa

A casa molte volte mi sento invaso, tutti vogliono sapere come sto, se mio fratello mi manca, se ho bisogno di aiuto… io, a dire il vero, ho solo bisogno di stare in silenzio, da solo, per conto mio a pensare e capire quello che mi sta succedendo”. Carlo

Compito degli adulti non è quello di porsi davanti ai bambini e agli adolescenti come uno scudo che nega la sofferenza ma di aiutarli sia a far fronte alla perdita attraversando il dolore inevitabile che comporta, sia ad avere una visione realistica dell'esistenza, insegnando loro che il dolore, come la gioia, ne fa parte.